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settembre 16, 2008

GLI OPERAI IRRILEVANTI DI GIORGIO BOCCA

Nel suo articolo dell’ultimo numero de l’Espresso, intitolato “Gli operai irrilevanti”, Giorgio Bocca ci parla della marginalizzazione della classe operaia, ma non dice una parola sulle cause e le responsabilità anche della gente come lui, come se questo processo dipendesse da un destino ineluttabile e non fosse stato lungo, pieno di errori di valutazione dei dirigenti della sinistra, in cui andrebbero distinte le cause soggettive e quelle oggettive dello scontro di classe, che con l’epilogo di Veltroni è diventato inesistente.

In Italia l’identità rivoluzionaria e filo-sovietica del PCI durò ben poco. Anche se per molti anni il Partito continuò a definirsi “rivoluzionario”, la teoria classica della presa del potere fu sostituita da Togliatti con la più casereccia “Via italiana al socialismo” che affermava perentoriamente che la democrazia borghese era il terreno migliore in cui si potevano sviluppare le graduali conquiste del movimento operaio, fino alla socializzazione di gran parte della economia.
L’ottusità di questa valutazione è oggi sotto gli occhi di tutti e va riformulata così: la democrazia borghese è il miglior terreno per costruire la dittatura del capitale.
La capitolazione totale, che tolse ogni identità rivoluzionaria al proletariato italiano, fu quando il traditore Berlinguer dichiarò di sentirsi più protetto dall’ombrello Nato che dal Patto di Varsavia, e formulò la proposta politica del “compromesso storico”, che proponeva di andare al governo con i democristiani (1978). Da allora in poi, e siamo già nel 1980, con l’ultima occupazione operaia della Fiat, è tutto uno svendere accelerato della propria identità, una capitolazione e uno scioglimento di organizzazioni e riferimenti territoriali, abbandonando le sezioni, le case del popolo, le organizzazioni di massa tipo Arci e Uisp, snaturando il movimento cooperativo verso gli affari, e via svendendo fino a Veltroni. Tutto condito dalla balla che una classe operaia più ragionevole verso le pretese dei padroni si sarebbe seduta al tavolo buono del governo per ottenere mirabolanti risultati.
Risultato: gli operai non hanno avuto né rivoluzione, né riforme, e oggi si scopre che sono ininfluenti e marginalizzati, ma delle responsabilità non si parla.
Gli intellettuali come Bocca non parlano di queste responsabilità perché ne hanno una parte. Bocca, grande partigiano, già negli anni 60 era confortevolmente sistemato a scrivere sul giornale dell’ENI, “Il Giorno”, nel cuore dell’industria di Stato, appoggiava la linea governativa delle forze di sinistra e dava addosso agli “estremisti” che nel 68 già dicevano quello che sarebbe successo: che il PCI era un partito borghese e sarebbe finito subalterno al capitale.
Né Bocca, né altri intellettuali di sinistra, ben sistemati in tutti i settori della comunicazione e della cultura, denunciarono il processo di burocratizzazione e di inamovibilità dei dirigenti della sinistra, tutti intellettuali, che esclusero dalla direzione dei partiti di sinistra e dei sindacati proprio gli operai, che si videro sempre calare le decisioni dall’alto, con linguaggi incomprensibili, restando ad inghiottire una sconfitta dopo l’altra, fino alla attuale marginalizzazione e precarizzazione.
Questi stessi dirigenti, un po’ infiltrati, un po’ deficienti, mentre si facevano processare dai socialisti sul passato filo-sovietico e perdevano tempo a discutere coltamene su Proudhom, permisero al “compagno” Craxi di mettere a punto la svolta, decisiva e golpista: il piano piduista che consegnava ad un privato il monopolio della informazione e poneva le basi per le successive svolte culturali e politiche che hanno portato ai giorni nostri, ad un potere capitalista mediatico e clericale di stampo autoritario e monopolista.
Non bastava questo disastro storico per insegnare qualcosa agli “avanzi” del vecchio PCI, cancellati dalle ultime elezioni, che invece di puntare al sindacato unico dei lavoratori diretto dai lavoratori stessi e ad un partito ad esso collegato, si dividono su Trotsky e la purezza ideologica, non riconoscono le loro responsabilità dimettendosi in massa e sciolgono i rispettivi partitini. Così costituiscono un ostacolo all’emergere di qualcosa di nuovo che impari dagli errori fatti.
Per quello che posso capire io, credo che il blocco sociale che ha preso il potere in Italia, vista l’assenza totale di opposizione e di una strategia alternativa al capitalismo, può essere colpito solo da una grande crisi della globalizzazione su cui ha puntato tutto, determinata da una crisi energetica e da una crisi ambientale che condannino a morte il modello di  sviluppo basato sul consumismo, i combustibili fossili e nucleari, la distruzione delle risorse, l’inquinamento, l’aumento  non contenuto della popolazione mondiale, il mito dello sviluppo infinito.
Lo strapotere senza limiti che in questi ultimi anni hanno avuto l’economia e i media, trasformando il mondo globalizzato  in un formicaio impazzito di merci che vanno e vengono, in un mercato globale che doveva risolvere tutti i problemi e che invece ha creato più fame, più squilibri, più guerre, dovrà essere necessariamente sostituito da un sistema in cui l’economia viene limitata da regole dettate da quei saggi e da quegli scienziati che hanno previsto verso quale disastro si andava, per riconvertire ogni economia nazionale, per prima cosa, sull’autosufficienza alimentare ed energetica con energie rinnovabili e diffuse, fermando i flussi di immigrazione per responsabilizzare tutti ad una decrescita demografica.

Paolo De Gregorio

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